giovedì 25 maggio 2017

"Quinto potere" di Sidney Lumet | Thursday Classic


Titolo: Quinto potere

Titolo originale: Network

Un film di Sidney Lumet con Faye Dunaway, William Holden, Peter Finch, Robert Duvall

Genere: drammatico

Durata: 121 min

Ambientazione:

Anno: 1976

Voto: 4,5/5


Pochi mesi fa sono rimasta folgorata dalla visione di Money Monster, ultima fatica da regista di Jodie Foster che metteva in scena, con una sorta di scatola cinese, il lato più spietato del mondo della televisione e dei media attraverso le vicende di personaggi irriverenti che nascondono un fondo di temuta verità. Questo titolo è un discendente diretto di un film che da tempo avevo intenzione di recuperare: Quinto potere. Quarantuno anni fa Sidney Lumet intuiva il ruolo sempre più imponente del piccolo schermo nella società.


Questa è la storia di Howard Beale recita la voce fuori campo che accompagna lo spettatore sin dai primi minuti di visione. Questa è la storia di un film che in due ore raccoglie un incredibile numero di profezie sul futuro dei media, previsioni che si sono spaventosamente realizzate con il passare degli anni. Gli indizi, però, sono sempre stati lì, in quel piccolo schermo che con il passare del tempo ha riempito ogni abitazione.
La carriera, e l'esistenza, in crisi del conduttore Beale, tramutata tragicamente in un irresistibile format televisivo , e la decisione di suicidarsi in diretta danno il via alla trasmissione di una storia in bilico tra parodia e dura condanna.

"Sono incazzato nero, e tutto questo non lo accetterò più!"

Il protagonista affascina gli spettatori del suo rinato show con i suoi deliri, i suoi monologhi chiaramente frutto della disperazione. L'audience torna alle stelle, manifestazione dell'esatto opposto di ciò che dichiara l'urlo di Beale: alla tv si chiede macabramente sempre di più, si vuole conoscere ogni dettaglio di qualsiasi genere, si ama, in un certo senso, quella repellente sensazione di dipendenza. Alle spalle di tutto questo, però, si nasconde qualcosa di ancora più inquietante quanto affascinante: la rampante Diana Christensen - una Faye Dunaway da Oscar - e la sua ossessione per il successo sono ritratti in maniera esemplare e riassumono perfettamente in un giovane personaggio le dinamiche più ciniche del mondo a cui appartiene. Semplicemente, non c'è spazio per rapporti genuini, empatia o qualsiasi forma di emotività. Paradossalmente si ricerca la semplice comunicazione effimera, incapace di riempire ma semplicemente di svuotare di umanità.

Quinto potere è un film di cui si potrebbe parlare per ore trovando continuamente un nuovo aspetto sociale o psicologico da esplorare. Si tratta di una pellicola che, a distanza di decenni dalla sua pubblicazione, riesce ad essere ancora incredibilmente spaventosa per il suo essere attuale e per il suo ricordarci di fare ancora parte consapevolmente di un meccanismo come quello descritto. Niente è cambiato e, probabilmente, niente cambierà.

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