lunedì 23 gennaio 2017

SerialTeller #51 - Non così elementare, Watson! [Sherlock st.4]

Benvenuti ad una puntata di SerialTeller che saluta - ne siamo veramente sicuri? - una delle serie più belle degli ultimi anni.


E' finita? Sì, è finita. Almeno, la quarta stagione. Il destino della serie creata da Steven Moffat e Mark Gatiss è ancora nebuloso. Comunque vasa, il finale de Il problema finale rappresenta, a mio parere, una buona conclusione. Quanto, però, ci ha fatto discutere questa stagione di Sherlock? Quanto ci ha fatto dubitare? Inutile negare che, davanti al primo episodio, siamo rimasti un po' tutti spaesati, abbiamo sentito la necessità di parlarne con qualcuno. La verità: avevamo bisogno di essere rassicurati.

Titolo: Sherlock
Genere: giallo, drammatico
Lingua originale: inglese
Stagione: 4
Due anni abbondanti lontani dal 221b di Baker Street sono stati difficili e faticosi. Le sei Thatcher doveva colmare tutte le nostre aspettative con un nuovo caso del caro vecchio Sherlock. Non è stato così. Non più strabiliante esercizio di deduzione, non più geniale intuizione capace di lasciare sempre a bocca aperta. La pura e razionale logica ha lasciato spazio a qualcosa di ben più complesso, incomprensibile ed imperfetto: il lato umano. Sì, forse secolari versioni cinematografiche, televisive e non ci hanno fatto dimenticare qualcosa di fondamentale della figura di Sherlock. Questa quarta stagione si concentra proprio su questo e ricorda che, sotto alle tradizionali vesti di infallibile investigatore, si nasconde un uomo con fragilità e ricordi. Per fare questo la serie BBC scommette tutto su un gruppo di protagonisti più che mai in parte, un invidiabile insieme di attori pazzeschi e mostruosi nel mettere in scena difficoltà e paure più profonde. Come raccontare, però, questo cambiamento in maniera efficace? La risposta a questo quesito non era per niente elementare e scontata.

Non basta una semplice frammentata visione per metabolizzare questi ultimi(?) tre episodi. Nemmeno dopo due visioni si riesce ad avere un'idea chiara di quello a cui si è assistito. Al terzo replay gentilmente offerto da Netflix ho potuto capire gli effetti di questa stagione. Nell'arco di tre puntate, la serie fa luce su ogni mistero rimasto irrisolto. Si assiste a twist incredibili, si conoscono finalmente personaggi che in poche scene riescono a lasciare il segno, si salutano tragicamente altre figure. In corrispondenza di ogni luce, però, c'è un'ombra e qui, qua e là, ce ne sono. In particolare, The Six Thatcher non è riuscito completamente a convincermi: il caso non sorprende, la storia fatica a prendere il volo e trova una svolta solo con un evento drammatico, necessario all'obiettivo di questa stagione, trattato, però, in maniera superficiale.


In The Lying Detective si trovano probabilmente alcuni dei momenti più belli dell'intera serie. E' qui che si trova la soluzione migliore al problema in codice 'umanizzazione'. La risposta è il rapporto unico ed indefinibile che lega Sherlock e John, non più una semplice spalla ma un uomo al pari di Holmes. E' proprio tramite il focus sul loro rapporto - e attraverso un avversario inquietante quanto affascinante - che Sherlock introduce lo spettatore, preparandolo con cura, ad un finale che a tratti ricorda un po' anche gli enigmi a scatola chiusa tanto amati dalla cara Christie, quelli in cui i misteri più oscuri si nascondono proprio in famiglia. E la famiglia, con il brillante zampino di Moriarty,  è il fulcro di The Final Problem, una chiusura che circolarmente ed idealmente riporta alle origini del mito, che, giocando splendidamente con le figure di Mycroft e Watson, richiama l'essenza di Sherlock prima che diventasse l'infallibile detective londinese.

Alcuni passaggi superficiali ed una partenza sofferta non compromettono irrimediabilmente una stagione capace di portare i suoi personaggi in una dimensione diversa e più complessa, un universo pieno di imperfezioni e di emozioni, un mondo ricco di umanità e fascino.

Voto quarta stagione: 8

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